Oggi condivido per la prima volta l’incipit di Fuori dal gioco, il mio nuovo romanzo.
È qui che incontriamo Mic (leggi chi è) e uno dei temi che attraverseranno tutto il romanzo: il confine, non sempre facile da riconoscere, tra passione e ossessione.
Queste prime pagine sono soltanto il punto di partenza. La storia attraversa ventisei anni, dal 2000 al 2026, seguendo Mic mentre cambiano le persone intorno a lui, il calcio, la Juventus e soprattutto il suo modo di stare al mondo.
Il calcio è una parte importante del romanzo, ma non l’unica. Fuori dal gioco parla anche di amicizia, crescita, scelte, insegnamento e di quanto sia difficile capire quali passioni ci aiutano a costruire la nostra identità e quali, invece, rischiano di occuparla tutta.
Buona lettura.
La passione ti fa battere il cuore.
L’ossessione pretende il resto.
1
“La forza senza controllo è solo rabbia. La vera potenza è quella che riesci a trattenere”.
Le parole del maestro mi restano addosso anche ora, sotto la doccia. L’acqua martella la testa, scivola sulle spalle e rimbalza sulle piastrelle.
Alzo il mento e lascio che il getto mi colpisca in piena fronte. Il fragore riempie le orecchie, ma le voci arrivano lo stesso, ovattate, lontane.
«Mic ha perso la testa. Ci è mancato poco che ti facesse male per davvero».
«Gli è partito l’embolo, non l’avevo mai visto così».
«Già. Sembrava fuori di sé».
Una risata. Il cigolio della porta che si chiude.
Giro il miscelatore sull’acqua fredda. Appoggio la fronte sulle piastrelle lisce. L’acqua scorre sul viso e nasconde quella salata che mi esce dagli occhi. Strofino il piede contro la piastrella. Non basta.
«Kumite», annuncia il maestro con un tono calmo.
L’ora di addominali si fa sentire: la pancia brucia. Mi scrocchio il collo. Marco, il mio compagno, incrocia il mio sguardo. Resto lì un attimo di troppo. Tranquillo, mi dico.
«Ricordate», prosegue il maestro, «il kumite è prima di tutto controllo».
Le gambe fremono. Qualcosa pulsa sotto pelle, in agguato.
Il maestro fa un cenno. È il momento. Il respiro si spezza. Le mani si serrano, un fremito scende lungo la schiena. Calma… sì, come no. Io ho solo bisogno di scaricare tutto.
Marco sorride appena, gli occhi puntati nei miei.
Saluto con un leggero inchino e assumo la posizione di guardia.
Lui parte subito, un calcio frontale morbido, poi un colpo al fianco.
Lo schivo senza sforzo.
«Dai, Marco, mettici più grinta!»
Ridacchia, ma si irrigidisce.
Ci scambiamo qualche colpo, controllato. I movimenti si fanno più rapidi, il respiro più corto. Non penso. Il piede parte da solo. La tela del kimono schiocca, rigida; l’aria mi esce dai polmoni tutta insieme. Il kime. Un calcio secco al fianco. Troppo forte.
L’impatto vibra fino alla caviglia. Marco vacilla, fa un passo indietro, si piega sul fianco. Non dice niente. Forse dura un istante soltanto, ma a me sembra un’eternità. Solleva una mano senza raddrizzarsi.
«Ahi… calma, Mic».
«Scusa, Marco… non volevo. Mi sono fatto prendere».
Prova a sorridere. «Rilassati, ok? Ci stiamo solo allenando».
Il viso mi scotta, come dopo una corsa. Il maestro è già lì. «Mic, cosa ho appena detto?»
Non gli sfugge mai niente. Abbasso la testa. «Mi scusi, maestro».
Mi volto verso Marco. «Scusami ancora». Vorrei aggiungere altro, ma non ci riesco.
Il maestro sospira. Mi appoggia una mano sulla spalla. «La vera potenza è quella che riesci a trattenere».
Lo so che ha ragione, ma la rabbia è ancora lì. Anche ora, con l’acqua che mi batte addosso. Di solito mi calma. Oggi no.
Il fango di Perugia mi sale in gola, quel maledetto gol di Calori, le risate di stamattina dei miei compagni.
Mi rivesto, infilo il giubbotto.
Esco, la testa bassa.
Il cancello cigola e, ancora d’istinto, mi tappo le orecchie con i palmi umidi. Quel corridoio alle medie, freddo e illuminato dai neon, mi faceva sudare le mani.
Finiva sempre allo stesso modo: i miei quaderni sparsi a terra, le risate, gli spintoni a farmi rimbalzare dalle manate di uno a quelle di un altro. Ero come una palla da biliardo che tocca tre sponde e non entra mai in buca.
Avrei voluto piangere, urlare, e invece l’unica cosa che riuscivo a fare era strizzare forte gli occhi e sperare nell’arrivo di un insegnante. Che non arrivava mai.
A colazione restavo in silenzio. Mi ripetevo: oggi non accadrà, oggi andrà meglio.
Ma non andava meglio per niente e, a poco a poco, persi la speranza di trovare il coraggio per parlarne con i miei.
Una sera, in cucina, papà, dopo avermi osservato a lungo, mi disse: “Ti andrebbe di provare il karate?”
Solo qualche mese dopo seppi che il padre di Patrick gli aveva raccontato tutto.
La prima volta sul tatami fu come stare da solo su una zattera in un mare calmo: piedi nudi, odore di sudore, e quella cintura bianca che non sapevo annodare ma mi ancorava a qualcosa.
Ho imparato a difendermi.
E, a poco a poco, a pensare che, se provocato, avrei potuto colpire per primo.
Ora sono tra i più alti della classe, anche se per la primina ho un anno meno degli altri.
Sul tatami, e non solo, il corpo ha imparato a occupare il posto che gli spetta. Anche io.
Almeno finché non c’è di mezzo la Juve.
Il freddo mi punge il viso. Sollevo lo sguardo al cielo e lascio andare il fiato, profondo, come mi ha insegnato il maestro.
Papà dice che la passione è un fuoco.
La mia brucia più che illuminare.
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Fuori dal gioco uscirà il 20 ottobre su Amazon.

Fabrizio Bava
Professore ordinario in Economia Aziendale presso l’Università di Torino e Dottore Commercialista.




