Come leggere un bilancio d’esercizio: profitto vs ricchezza

Per capire come leggere un bilancio d’esercizio è fondamentale avere chiara la differenza tra profitto e ricchezza. Sono due concetti ben distinti tra loro ma anche strettamente connessi. Abbiamo già affrontato il concetto di guadagno, o meglio di utile d’esercizio. Per un lavoratore dipendente è l’ammontare dello stipendio al netto dei costi che sostiene per ottenerlo (spese per il viaggio, pausa pranzo, ecc.). Un’impresa ottiene l’utile d’esercizio se riesce a cedere sul mercato i propri prodotti o servizi ad un prezzo superiore rispetto ai costi sostenuti per produrli. Abbiamo visto che per iniziare un’attività d’impresa bisogna non soltanto avere un’idea del bisogno da soddisfare, ma anche disporre di una somma di denaro. La somma di denaro iniziale che investe l’imprenditore, il cosiddetto “capitale di rischio”, rappresenta la ricchezza iniziale dell’impresa.

Come leggere un bilancio d’esercizio: ricchezza e patrimonio

È molto semplice definire che cosa è la ricchezza per una persona fisica. Sono tutti i beni di sua proprietà: dal conto corrente bancario, all’auto, alla casa, abiti, gioielli, quadri e così via. Allo stesso modo, per un’impresa la ricchezza è rappresentata da tutte le sue proprietà, chiamate “attività”, rappresentate dal denaro disponibile (sul conto corrente bancario o in cassa) e dal denaro che “è stato attivato”.

Il denaro “attivato” si è trasformato in fabbricati industriali (la casa dell’impresa), impianti e macchinari con cui produce i propri prodotti (per le imprese di produzione), rimanenze di magazzino (il contenuto dell’armadio dei vestiti per la persona fisica o, se preferite, del frigorifero), ma anche crediti ottenuti dalle vendite dilazionate, partecipazioni (nei casi in cui l’impresa detenga la proprietà di altre imprese) ed altro. Nel bilancio la ricchezza complessiva dell’impresa è chiamata “patrimonio netto”. Per quale motivo viene aggiunta la specificazione “netto”?

Non solo ricchezza, anche debiti

Ritornando alla nostra persona fisica, se è vero che è proprietaria della casa, allo stesso tempo per acquistare quell’abitazione potrebbe avere ottenuto un mutuo alla banca. In quel caso, la ricchezza “netta” sarebbe pari al valore complessivo di tutte le sue proprietà, meno l’ammontare del mutuo ancora da restituire. Nello Stato patrimoniale dell’impresa viene indicato il patrimonio “netto”, in quanto oltre alle attività le imprese hanno anche le passività (debiti).

Ed ecco una relazione molto nota ed importante: patrimonio netto = totale attività – totale passività.

COME LEGGERE un BILANCIO D’ESERCIZIO: Lo Stato patrimoniale quadra

Il bilancio d’esercizio è costituito da più documenti di cui uno è chiamato “Stato patrimoniale”.
Si tratta di un prospetto diviso in due sezioni, la sinistra chiamata “attivo” e contiene gli elementi che incrementano la ricchezza dell’impresa, mentre la parte destra chiamata “passivo” riporta le passività e il patrimonio netto, così da consentire al bilancio di quadrare.

Se, ad esempio, le attività ammontano a 100 e le passività a 70, significa che il patrimonio netto ammonta a 30. Iscrivendo nel passivo non soltanto i debiti ma anche il patrimonio netto, il totale dell’attivo e il totale del passivo presentano il medesimo totale di 100, cioè bilanciano. Ho già affermato che per capire come leggere un bilancio d’esercizio è necessario avere chiara la differenza tra utile d’esercizio e patrimonio netto. Il primo è l’eccedenza dei ricavi sui costi (e per essere misurato deve necessariamente essere riferito ad un periodo di tempo, è un “film”) e il secondo è la differenza tra attività e passività (ed è una misurazione istantanea, una “fotografia”).

quale è la relazione tra l’utile d’esercizio e il patrimonio netto?

Il concetto di guadagno, l’utile nelle imprese, è necessariamente riferito ad un determinato arco temporale. Non sarebbe possibile rispondere ad una domanda di questo tipo: “è tanto o poco guadagnare 10.000 euro? Per poter esprimere una propria opinione al riguardo dovremmo prima porre un’altra domanda: “10.000 euro è il guadagno di un anno, di un mese, di un giorno o di un’ora?”

Diversamente sentendo dire che Cristiano Ronaldo guadagna più di 10.000 euro potremmo pensare che guadagni poco, ma lui gli oltre 10.000 euro pare che li guadagni ogni ora, 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno! A differenza del guadagno, la ricchezza può essere misurata in ogni singolo momento. Per tale ragione il guadagno viene paragonato ad un film e la ricchezza ad una fotografia! Si sente spesso affermare che le imprese creano la ricchezza. È vero, ma a condizione che i ricavi siano superiori ai costi, ovvero che l’impresa presenti un utile d’esercizio. Diversamente, in caso di eccedenza dei costi sui ricavi, l’impresa ha subito una perdita d’esercizio e invece di creare distrugge ricchezza.
La relazione è pertanto la seguente: ricavi – costi = risultato d’esercizio (utile d’esercizio in caso di ricavi > dei costi, perdita d’esercizio nel caso contrario).

La relazione guadagno-ricchezza

Ritorniamo alla nostra persona fisica, ipotizziamo che un lavoratore dipendente guadagni 30.000 euro l’anno e la sua ricchezza complessivamente ammonti a 400.000 euro. La relazione tra guadagno è ricchezza è molto intuitiva. Se si ha una ricchezza pari a 400.000 euro e si ottiene un guadagno lavorando, il guadagno è un elemento che incrementa la ricchezza iniziale. Naturalmente se non si spende tutto ciò che si è guadagnato. Se il nostro impiegato dei 30.000 euro annui riuscisse a risparmiare ogni anno 5 mila euro, la sua ricchezza di 400 mila euro si incrementerebbe ogni anno di 5 mila euro.

Nelle imprese è lo stesso, l’utile d’esercizio è definito un elemento positivo del patrimonio netto, a condizione che l’impresa riesca a “risparmiare” tale guadagno. L’utile deve restare all’interno dell’impresa (cioè non deve essere distribuito come dividendo ai soci). La relazione tra risultato d’esercizio e patrimonio netto è pertanto la seguente:
patrimonio netto (inizio anno n) +/- risultato d’esercizio dell’anno n = patrimonio netto (inizio anno n+1)

Devo però precisare che l’utile che si legge nei bilancio è quello ottenuto nell’esercizio senza tenere conto della sua destinazione (il bilancio riporta l’ammontare dell’utile prima di deciderne la sua destinazione).

Il rischio d’impresa

C’è però una grossa differenza tra il nostro impiegato e l’impresa, mentre il guadagno del lavoratore dipendente è garantito (se non perde il lavoro), l’impresa può produrre utili ma anche perdite. La gestione produce perdite quando i ricavi non coprono i costi. I motivi possono essere diversi, ciò accade, ad esempio, nei seguenti casi:

  • l’impresa vende i propri prodotti o servizi a prezzi inferiori rispetto ai costi che sostiene per produrli
  • vende ma poi subisce delle perdite a causa del mancato incasso dei crediti
  • a causa di un calo della domanda si trova con una capacità produttiva (costi fissi) non coerente con il volume dei ricavi

Le perdite intaccano la ricchezza iniziale. Se le perdite della gestione non sono un’eccezione ma al contrario la regola (una per tutte, l’Alitalia), prima o poi la ricchezza dell’impresa (il patrimonio netto) sarà interamente assorbito dalle perdite fino a diventare negativo e, in mancanza di un aiuto (quello che per Alitalia c’è sempre), l’impresa andrebbe in default. Questo meccanismo è chiamato il “rischio d’impresa”.

Il patrimonio netto come parte “ideale”

Se entrassimo dentro un’impresa e volessimo andare a vedere il patrimonio netto sarebbe possibile?

Pensiamo al nostro impiegato, se fosse proprietario di una casa del valore di 300 mila euro sulla quale avesse un residuo di mutuo pari a 120 mila euro, la sua ricchezza ammonterebbe a 180 mila euro. Sarebbe possibile “vederla”, toccarla con mano? Naturalmente no, in quanto è una differenza algebrica tra ciò che si ha e ciò che si deve. Lo stesso è per l’impresa, per questa ragione il patrimonio netto è definito “ideale”. Se il nostro impiegato volesse toccare con mano la propria ricchezza, dovrebbe prima trovare qualcuno disposto ad acquistare la propria abitazione e poi con il denaro ottenuto estinguere la quota residua del mutuo.

Soltanto dopo potrebbe disporre della propria ricchezza, ma l’ammontare dipenderà dal prezzo a cui sarà riuscito a vendere la propria abitazione. Allo stesso modo l’impresa dovrebbe ri-trasformare in liquidità tutte le attività di stato patrimoniale (vendere il fabbricato, le merci, incassare i crediti, e così via) e con la somma ottenuta estinguere tutti i debiti.

La liquidità finale rappresenterebbe il patrimonio. Si tratta di un ammontare “ideale” in quanto l’effettiva possibilità di disporre di quel patrimonio è condizionata alla possibilità di “realizzare” le attività per l’ammontare indicato in bilancio. L’ammontare del patrimonio che si otterrà dalla trasformazione in liquidità delle attività potrà essere superiore o inferiore rispetto all’ammontare contabile, in quanto dipenderà dai prezzi che si saranno riusciti ad applicare cedendo sul mercato le proprie attività (e quindi dalla “qualità” delle attività iscritte nell’attivo di Stato patrimoniale).

Per chi avesse perso la prima puntata. E la seconda.

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