Plusvalenze Juventus: tra informazione e disinformazione

L’inchiesta sulle plusvalenze della Juventus è presentata sempre in modo corretto dai mezzi di informazione?
Se quasi tutti esprimiamo la nostra “opinione” sull’utilità dei vaccini (tra virgolette perché per avere un’opinione è necessario essere informati sul tema), figuriamoci quando si parla dello sport nazionale, il calcio. Un buon giornalista, invece, presenta la notizia e, se ritiene, fa degli approfondimenti. Non porta avanti una “narrazione colpevolista” perché lo scandalo fa audience (come gli effetti collaterali di AstraZeneca). Due piccoli disclaimer: 1° sono tifoso della Juventus, ma in tale contesto rilevano le mie competenze sul tema bilancio; 2° questa non è una difesa della Juventus (non sarebbe la sede) e non entro nel merito della vicenda.
Illustro semplicemente in cosa consistano le plusvalenze e come la questione della “bolla” sia molto più complessa di quanto si possa immaginare leggendo qualche articolo o seguendo una trasmissione televisiva “colpevolista”.

Informare non significa sostenere la propria tesi personale

L’inchiesta sulle plusvalenze della Juventus è un bell’esempio di come l’informazione possa essere facilmente distorta al fine di comunicare il messaggio voluto (la colpevolezza). Un primo esempio?

“Nella stagione 2014-2015 le plusvalenze totali del calciomercato in serie A erano pari a 331,7 milioni (al lordo di 27 milioni di minusvalenze), nel 2015-2016 erano salite a 376 milioni (35 milioni di minusvalenze). Ma poi sono esplose, quasi raddoppiate: 693,4 milioni nel 2016-2017 e 713,1 nel 2017-2018”.

Cosa comunica questo estratto? (pubblicato non da un sito qualunque e ripetuto da un giornalista nell’inchiesta su un canale della televisione pubblica). Che il problema è esploso negli ultimi anni perché le plusvalenze sono raddoppiate. Il valore delle plusvalenze deve però essere analizzato non in valore assoluto, ma in percentuale rispetto al fatturato complessivo (in questo caso dell’intera serie A)! Sennò è un po’ come osservare che la maggioranza dei ricoverati in terapia intensiva è vaccinata (ammesso che sia così) per sostenere la tesi dell’inefficacia dei vaccini (per chi non l’avesse capita: https://www.iss.it/covid19-faq/-/asset_publisher/yJS4xO2fauqM/content/vaccinati-e-non-il-confronto-tra-i-casi-ci-dice-che-il-vaccino-funziona).

Sempre rimanendo sull’esempio, guardate come cambia (in senso contrario) il messaggio “comunicato” in questo estratto:

Limitarsi a un periodo breve non dà l’idea dell’utilizzo delle plusvalenze. Negli ultimi 9 anni la Juve ha effettuato plusvalenze per il 21% del suo fatturato. Nella classifica dei 10 club che sono sempre stati in A in quel periodo è 7a. In testa Udinese e Genoa con il 69%, poi Atalanta (38%), Fiorentina (35%), Roma (33%) e Napoli (30%). Insomma, i numeri delle plusvalenze della Juventus non mi sembrano anomali”.”

Le plusvalenze della Juventus vanno confrontate solo con quelle delle cosiddette “grandi”.

Non dovrebbero essere prese in considerazione le società con ricavi complessivi modesti, perché il peso percentuale delle plusvalenze in tali casi è maggiore. Oltre al fatto che alcuni club “di provincia” applicano un modello di business basato sul far crescere giovani nei propri vivai da cedere alle “grandi” ottenendo importanti plusvalenze. Si tratta di un modello di business virtuoso.
Leggiamo un altro estratto:

Il mio team di Kpmg Football Benchmark ha compiuto un’analisi degli ultimi 9 anni, dal 2011 al 2020, sulle dieci squadre italiane che hanno sempre militato in Serie A, e cioè Atalanta, Fiorentina, Genoa, Inter, Juventus, Lazio, Milan, Napoli, Roma e Udinese. In generale si registra una crescita delle plusvalenze sulla vendita dei giocatori, in particolare del loro peso in rapporto ai ricavi operativi dei club: dal 21% medio dei primi 5 anni, dal 2011-12 al 2015-16, al 31% medio dei restanti 4 anni, dal 2016-17 al 2019-20. Lo stesso trend si riscontra a livello internazionale. Se prendiamo otto club noti per basare il loro modello di business sul trading, e cioè Ajax, Benfica, Dortmund, Lione, Monaco, Porto, Siviglia e Sporting, l’incidenza delle plusvalenze rispetto ai ricavi operativi è salita dal 32% dei primi 4 anni al 54% degli ultimi 4. Insomma, le plusvalenze sono cresciute un po’ ovunque“.

Cosa ci dicono questi dati?

Quanto sopra riportato chiarisce bene l’evoluzione per quanto riguarda la serie A, l’incremento del peso delle plusvalenze c’è stato ed è stato significativo, ma è di quasi il 50%, non quasi il 100% come indurrebbe a concludere l’osservazione del dato in valore assoluto. Per quanto riguarda il confronto internazionale, la percentuale non può essere confrontata con quella della serie A, perché sono stati scelti club che basano il loro modello di business sul trading.
In conclusione, la serie A fa maggiore ricorso alla “leva” delle plusvalenze rispetto al passato e tale incremento riguarda probabilmente anche altri club non italiani.

E la Juventus? La media dei 4 anni dal 2016-17 al 2019-20 è di circa il 23% contro il 31% medio citato dallo studio KPMG (nel 2016-17, è stata ottenuta la plusvalenza di 96 milioni dalla cessione di Pogba). Ciò non significa, per essere chiaro, che tutte le operazioni siano state poste in essere a valori definiti tra parti indipendenti.

Rovella che vale più di Chiesa nel bilancio Juventus?

Ha suscitato un certo clamore “l’infelice” Tweet di una nota trasmissione televisiva. Nel video il giornalista afferma che Rovella nel bilancio della Juventus è iscritto a 18 milioni, più di Chiesa, scritto a 12. Questo è un esempio di pessimo giornalismo. Si tratta di un’affermazione qualificabile come vera e propria “fake news”, strumentale a sostenere una tesi, quella della colpevolezza. Senza dilungarmi con aspetti troppo tecnici, il giocatore è stato acquisito a titolo temporaneo per un biennio a 10 milioni (più eventuali compensi aggiuntivi) con la formula dell’obbligo di acquisto da un minimo di 40 ad un massimo di 50 milioni di euro al ricorrere di alcune condizioni stabilite nel contratto (qui il Comunicato ufficiale della Juventus: https://www.juventus.com/it/news/articoli/federico-chiesa-e-bianconero). Pertanto, si tratta di due importi non confrontabili tra loro.
Questo l’estratto del bilancio Juventus:

cosa è la plusvalenza?

Il giocatore è iscritto tra le attività di Stato patrimoniale al prezzo di acquisto. Tale valore è poi ripartito nel Conto economico in base alla durata del contratto attraverso il processo chiamato di ammortamento (qui un articolo in cui ne spiego il significato). Vediamo un esempio.

Un calciatore viene acquistato a 10 e viene stipulato un contratto della durata di 4 anni. Il “calciatore” viene iscritto in Stato patrimoniale a 10 e ogni anno il suo valore si riduce di 2,5 (cioè 10 diviso 4), mentre 2,5 sarà iscritto nel Conto economico a titolo di ammortamento. Al termine del secondo anno, il calciatore sarà iscritto in Stato patrimoniale al valore di 5. In caso di cessione all’inizio del terzo anno del calciatore, che nei due anni è maturato e cresciuto tecnicamente, al prezzo di 14, il club ottiene una plusvalenza di 9 . E non di 4, in quanto la plusvalenza è la differenza tra il prezzo di vendita, pari a 14, ed il valore residuo di iscrizione del calciatore in bilancio (e non il prezzo pagato al momento dell’acquisto).

Ho spiegato come leggere il bilancio di una squadra di calcio (commentando proprio quello della Juventus) nel mio ultimo libro (qui la presentazione).

Le plusvalenze sono ricavi “straordinari”?

Le plusvalenze sui calciatori per le squadre di calcio costituiscono una delle principali fonti di ricavo, non devono essere considerate qualcosa di straordinario. Naturalmente però i ricavi ottenibili dal player trading sono meno sicuri e stabili rispetto ai diritti televisivi, alle sponsorizzazioni, al merchandising. Ci sono poche ma meritevoli squadre cosiddette “di provincia” che grazie alla capacità di formare giovani calciatori nei propri vivai e successivamente cederli ad altri club ottengono plusvalenze particolarmente rilevanti. Si possono ottenere ottime plusvalenze anche comprando giovani promesse dall’estero per poi rivenderle quando avranno dimostrato il loro valore (come nel caso di Pogba).

C’è plusvalenza buona e plusvalenza cattiva? La plusvalenza a specchio

Le plusvalenze “a specchio” sono una forma di baratto. Non c’è movimento di denaro, la controparte, invece di corrispondere il prezzo in denaro (per 14 nell’esempio), cede a suo a volta un proprio giocatore (o più di uno), per il medesimo valore. In questo modo entrambe le squadre non devono sostenere un esborso finanziario. Non devono essere viste con sospetto, si tratta di operazioni perfettamente legali (e non avrebbe senso vietarle). Come tutte le operazioni, devono essere poste in essere a condizioni di mercato, cioè non ci si deve accordare per incrementare il prezzo dello scambio. Si tratta però certamente di operazioni rischiose, in quanto venditore e acquirente potrebbero avere l’interesse comune a fissare un prezzo troppo elevato.

In questo modo, infatti, si ottiene una plusvalenza maggiore, mentre il costo iscritto nel Conto economico sarà comunque inferiore per effetto della tecnica dell’ammortamento.

Il rischio dell’elevato ricorso alla leva delle plusvalenze è che, anche se i prezzi derivano da una trattativa tra soggetti indipendenti, i club finiscano per sottovalutare lo squilibrio economico della gestione, grazie all’effetto positivo sul Conto economico. È certamente rischioso dover contare sulle plusvalenze per minimizzare le perdite (o raggiungere un modesto utile). Le plusvalenze “buone” sono ottenute a fronte dell’incasso del prezzo in denaro, ma anche quelle a specchio non sono necessariamente da ritenere “cattive plusvalenze”. In alcuni casi, infatti, il club attraverso lo scambio di un calciatore può ad esempio cedere un giocatore non ritenuto utile ed ottenere in cambio il giocatore di cui aveva bisogno.

Esiste il valore di mercato del calciatore?

Arriviamo al vero punto dolente della questione. Il valore di mercato di un calciatore non esiste perché il calciatore non ha una quotazione ufficiale, la sua valutazione è soggettiva. Il valore può essere stimato ma deve tenere conto di numerosi fattori e, inevitabilmente, i “pesi” attribuiti ai fattori che contribuiscono a determinarne il valore sono soggettivi. Un noto sito che valuta i calciatori è transfermarkt.

Ma, soprattutto, una cosa è il valore, un’altra il prezzo. Il valore non corrisponde quasi mai al prezzo. Il prezzo è l’ammontare a cui il calciatore viene venduto e tale ammontare è influenzato da numerosi fattori. Ad esempio, quanto è importante per il club chiudere la trattativa (in prossimità della chiusura del mercato un club potrebbe essere disposto a pagare un prezzo maggiore rispetto al valore teorico di mercato), in quanti club sono interessati allo stesso giocatore (si dice che Raiola ricevesse finte telefonate durante le trattative per indurre la controparte a cedere), per citare un paio di fattori che influenzano il prezzo verso l’alto.

È un po’ come quando si valuta un’azienda, esistono diverse configurazioni di valore. Una cosa è il valore intrinseco di un’impresa, un’altra cosa il prezzo che sarà pagato.

Ok il prezzo è giusto!

Le plusvalenze a specchio più “chiacchierate” presentate sui giornali possono sollevare qualche dubbio sulla regolarità della valutazione attribuita ai giocatori, ma non bisogna esprimere giudizi con troppa leggerezza. Se una persona muore 5 minuti dopo avere fatto il vaccino siamo indotti ad affermare che sia il vaccino la causa del decesso, ma non è detto affatto che sia così. Ricordo tempo fa un articolo dedicato ad un anziano signore morto 5 minuti prima che gli fosse somministrato il vaccino. Se solo fosse deceduto 10 minuti dopo sarebbero stati quasi tutti convinti che la causa fosse la vaccinazione. Ma 10 minuti non possono modificare la causa del decesso.

Lo stesso vale per la plusvalenza a specchio, poiché non c’è stato movimento di denaro si è facilmente indotti a pensare che si sia trattato di un prezzo gonfiato, quando, a posteriori, i calciatori oggetto dello scambio non si sono rivelati forti coerentemente al prezzo pattuito. Ma valutare a posteriori è troppo facile. Si possono commettere degli errori, sia quando la cessione viene pagata con denaro, sia quando si fa un’operazione “a specchio”.
Se lo stesso giocatore fosse stato ceduto ad un pezzo elevato incassando il denaro e poi si fosse rivelato un bidone finendo a giocare in una serie minore nessuno avrebbe gridato allo scandalo.

Chi ricorda l’acquisto da parte della Juventus dello “Zar”, il “Maradona della Russia” Alexander Zavarov? Fu pagato cinque milioni di dollari nel 1988. Considerati i modesti risultati ottenuti in Italia, se l’acquisto fosse avvenuto a specchio saremmo stati indotti a ritenere che il prezzo fosse stato gonfiato. E un certo calciatore francese, uno che di nome fa Michel Platini? Zavarov fu acquistato proprio per sostituirlo. Sapete quanto era stato pagato soltanto sei anni prima, nel 1982? 250 milioni (DI LIRE!)

PLusvalenze Juventus: il club è quotato in borsa

Apro una brevissima parentesi sul fatto che la Juventus, a differenza di altri club, essendo quotato in Borsa, ha maggiori responsabilità, nei confronti degli azionisti di minoranza. Vero. Sottolineo però un paio di aspetti. Gli investitori in azioni di una squadra di calcio è bene che siano tifosi. Le operazioni “a specchio” sono assimilabili ad operazioni con parti correlate e proprio in considerazione del rischio di comportamenti non corretti, è necessaria un’elevata trasparenza. Nel bilancio della Juventus è riportata un’analitica disclosure delle plusvalenze dell’esercizio e, le plusvalenze sono state commentate in tempo reale dalla stampa specializzata e non. Si può sostenere che un investitore possa essere stato “ingannato” dall’ammontare eventualmente eccessivo delle plusvalenze? Mi fermo qui, non voglio entrare nel merito dell’indagine.

Come risolvere il problema delle plusvalenze? Il vero problema è la sostenibilità del business del pallone

L’incremento medio dell’incidenza percentuale delle plusvalenze negli ultimi anni è un segnale delle difficoltà dei maggiori club di mantenere l’equilibrio economico della gestione. Le società ricorrono alla leva delle plusvalenze perché se è vero che le altre tipologie di ricavi sono più stabili, allo stesso tempo è anche molto più difficile incrementarle, mentre incrementare i ricavi cedendo i calciatori e acquistandone dei nuovi è sempre possibile.
Da alcuni studi sembra anche emergere l’evidenza che l’incremento delle plusvalenze sia connesso all’introduzione del fair play finanziario, che richiede ai club sostanzialmente di perseguire l’equilibrio economico della gestione.

La Juventus di questi ultimi anni può essere citato come un esempio di quello che in economia aziendale si definisce “azienda ad economicità riflessa”, la società riesce cioè a continuare ad essere competitiva grazie al supporto del socio di maggioranza. Ma è evidente che un simile modello non possa essere portato avanti nel medio-lungo termine e, soprattutto, non tutte le squadre di serie A hanno alle spalle un socio di maggioranza che si può permettere di supportare il club. Alla fine è proprio la presenza di Exor la maggiore garanzia degli azionisti di minoranza.

Le soluzioni possibili non sono molte. Una è adottare strategie che consentano di incrementare i ricavi (non solo quelli derivanti dal trading dei calciatori), l’altra è la riduzione dei costi. Il tentativo della super lega (per ora fallito) era un modo di perseguire l’opzione dell’incremento dei ricavi. Quella della riduzione dei costi (che si tradurrebbe nell’acquisto di calciatori meno costosi e con stipendi inferiori) comporterebbe un ridimensionamento (ulteriore) del campionato di serie A.

Ti interessa il tema bilanci delle squadre di calcio? Ne parlerò il 1° giugno 2022 orario 11-12 nell’ambito del FORUM dell’Economia Aziendale. Partecipazione gratuita, in presenza (previa prenotazione) o in collegamento web (non è necessario prenotarsi).

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4 commenti su “Plusvalenze Juventus: tra informazione e disinformazione”

  1. Fabrizio
    articolo molto interessante. La prima considerazione è che il “beneficio” a conto economico delle plusvalenze è destinato ad essere recuperato negli esercizi successivi per effetto dei maggiori ammortamenti. La seconda considerazione riguarda evidentemente la difficoltà nel definire il fair value di un calciatore. La terza, infine, riguarda il fatto che qualunque azienda che presenta risultati negativi d’esercizio interviene immediatamente per ridurre i costi: nel caso delle società di calcio si “preferisce” provare ad aumentare i ricavi ma con evidenti difficoltà e con la conseguenza che eventuali aumenti dei ricavi vengono immediatamente erosi da aumenti dei costi (mediamente il 75% dei ricavi è eroso dal costo della rosa).

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    • grazie Luca, con la plusvalenza “a specchio” si sposta in avanti il problema sperando di riuscire sempre negli anni successivi ad ottenere plusvalenze sufficienti a compensare gli ammortamenti, in questo senso si rischia un circolo vizioso. Sul fair value del calciatore il punto è che non esiste, anche se si potrebbe forse arrivare a condividere un metodo di stima che possa poi essere indicato nelle note integrative, in fondo ci sono ormai diversi siti che con metodi diversi stimano il fair value dei calciatori, sarebbe comunque un riferimento. Concordo in pieno sulla corsa all’incremento dei ricavi, non è sempre attuabile.

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  2. Articolo molto interessante,come sempre. Mi ha chiarito alcuni dubbi sulla problematica delle plusvalenze nel calcio. Per Natale mi regalerò il Suo libro.
    Auguri di Buon Natale e felice Anno Nuovo.

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